Provenzano: «Al popolo perso della sinistra dico: venite e cambiateci»

Intervista di Daniela Preziosi pubblicata su il manifesto del 2 Marzo 2019

«Il mio appello è al popolo perduto della sinistra, ai dispersi, a quelli che si sono sentiti abbandonati e persino traditi. Venite e cambiateci». Nel suo saggio appena pubblicato, La sinistra e la scintilla (Donzelli) Giuseppe Provenzano scrive che a sinistra bisogna «rinunciare alla divisione fra riformisti e radicali».

Perché le sinistre fuori dal Pd stavolta dovrebbero andare a votare alle primarie del Pd?

Le primarie forse non sono lo strumento migliore. Ma oggi è l’unico per affermare l’esistenza di un’alternativa di centrosinistra. E che il Pd cambi, rispetto all’ultima stagione e alle ambiguità sociali con cui è nato, è condizione essenziale. Non sufficiente, ma necessaria.

Insisto: non c’è Sanders né Corbyn. La sinistra dovrebbe tifare per il fronte antisovranista di Calenda?

Ho stima di Calenda, fuori da twitter. Un liberale che si interroga sulla crisi del liberalismo. Ma nel suo appello manca l’anima sociale, la critica all’austerità. E così non si riesce a difendere l’Europa e nemmeno la democrazia dai nazionalisti, chiamiamoli col giusto nome. Dunque bene la lista unitaria, ma per recuperare i delusi del e dal centrosinistra. Il discrimine è tra destra e sinistra e il nuovo Pd non può permettersi di dire “questo sì, questo no”. Se è lo spirito con cui Orfini l’ha firmato, è il suo ennesimo errore.

I socialisti europei hanno l’obiettivo di allearsi al Ppe al posto dei sovranisti. In sostanza vogliono rifare le larghe intese che hanno fatto crescere i sovranisti. Che rinnovamento è?

Il socialismo europeo ha tentato il suicidio con le grandi coalizioni, e ci è quasi riuscito. L’era delle larghe intese è finita. Il vero rischio è che i popolari si consegnino a Orbán. E a Salvini. Per fermare tutto si devono fare alleanze, ma in primo luogo con la nuova sinistra, coi verdi e coi liberaldemocratici che vogliono chiudere con l’austerità e gli egoismi nazionali. È questa l’Europa che ha prodotto i nazionalpopulisti. E se si perde bisogna opporsi.

Non c’è rischio che Zingaretti, da leader, per evitare scissioni ricrei un’unità che è il contrario del rinnovamento promesso?

L’unità non va costruita con la classe dirigente responsabile della peggiore sconfitta. Il compito di una nuova classe dirigente è ricostruire l’unità con i settori della società con cui abbiamo rotto, con i giovani che esprimono nuovi bisogni sociali e persino etici. Non basta essere alternativi ai gialloverdi e neri. Dobbiamo essere alternativi a questo modello di sviluppo che crea disgregazione sociale e infelicità.

Zingaretti dice no alla patrimoniale e al ritorno dell’art. 18.

Per la verità ha detto che vuole ridiscutere il Jobs Act. Quanto alla patrimoniale, serve, dovremmo anche proporla a livello europeo. È anche un modo per alleggerire il peso fiscale sui redditi da lavoro medio-bassi. Ma la proposta di Zingaretti offre un’idea di società e di economia giusta. Invito a leggere la mozione. Un New deal verde, parità tra uomini e donne, responsabilità sociale delle imprese, centralità alla creazione di lavoro buono. E poi emergenze dimenticate come il diritto alla casa. Soprattutto, è la fine dell’autosufficienza, la ripresa di un rapporto con la società organizzata, con i sindacati che, altro fatto positivo, hanno trovato in piazza una loro unità.

Altro dossier difficile è quello dei migranti. L’appoggio di Minniti è di quelli pesanti. O no?

L’emergenza democratica non erano gli sbarchi. Qualcosa di profondo, oscuro, attraversa i sentimenti popolari. Ma anche perché abbiamo inseguito gli avversari sul loro terreno. L’insicurezza deriva dalla mancanza di lavoro, dalla crisi del welfare, dallo spappolamento delle istituzioni. Questo è in cima alle preoccupazioni degli italiani. La loro rabbia dovrebbe essere la nostra. Di fronte al crollo del M5S, dovremmo dire a un pezzo di elettorato: tornate a casa. Ma la casa deve essere rifondata, resa accogliente.

Per lei sinistra riformista e sinistra radicale sono di fronte a sconfitte speculari, non c’è più ragione delle divisioni. Perché?

Ho in mano la copertina dell’Economist sul socialismo dei millennial. È quella la prospettiva. Da noi hanno fallito sia i riformisti senza riforme dell’esistente che i radicali senza radici nei fatti sociali. Serve una proposta di cambiamento radicale, ma che si ponga credibilmente la sfida del governo. La deriva oligarchica dell’economia e della politica ha nutrito l’ascesa di una destra nuova, illiberale e liberista a un tempo, che aggrava quella deriva. In questa contraddizione, è lo spazio di una sinistra plurale, ma che sappia stare insieme, superare il narcisismo delle piccole differenze.