Il Ddl Pillon e il ripristino del controllo pubblico sui rapporti familiari

La visione sottesa alle iniziative legislative attualmente in esame al Senato (il dl.l n. 735, d.l. n.45 e d.l. n. 768, in materia di famiglia) si inserisce in una tendenza delle politiche del diritto funzionali a ristabilire il controllo pubblico sui rapporti familiari attraverso interventi autoritativi e disciplinari, con una compressione esponenziale dell’autonomia personale dei/delle singoli/e sia a ridefinire il regime di genere all’interno della società.

Progetti di legge di questo tipo costituiscono una minaccia ai diritti e alle libertà fondamentali di tutte e tutti in quanto tassello di un progetto politico di ridefinizione dei rapporti sociali in chiave illiberale e sessista.

Primario bene giuridico, oggetto di autentico interesse del ddl 735, è costituito dall’insieme di redditi e proprietà dei padri che, molto spesso, in spregio non solo dei principi costituzionali e degli obblighi di legge, ma anche di principi etico-morali non esitano a lasciare i/le figli/e in condizione di vero e proprio bisogno e ciò, il più delle volte, per vendicarsi delle scelte di libertà delle madri.

In sottofondo si legge l’ulteriore obiettivo del legislatore, ossia mettere a tacere le donne e sabotare le risorse individuali che le donne hanno conquistato, gli strumenti giuridici e la rete sociale costruita negli ultimi trent’anni nel nostro paese contro il muro di silenzio che avvolge la violenza sessista che subiscono le donne nell’ambito delle relazioni intime, quasi sempre insieme ai/lle figli/e costretti ad assistere le violenze subite dalla loro madre da parte del padre. Si segnala al riguardo che il ddl 45 all’articolo 5 prevede la modifica della fattispecie di maltrattamenti (art.572 del c.p) introducendo per la configurazione del reato il concetto di “sistematicità”, che non tiene conto delle caratteristiche tipiche della condotta violenta nelle relazioni intime, che registrano parentesi di normalità, di pentimenti e promesse di cambiamento da parte del partner maltrattante. Introdurre il requisito della sistematicità significa lasciare impunita la violenza domestica farvi rientrare solo situazioni di vere e proprie sevizie, come avveniva prima degli anni Settanta.

L’imposizione della mediazione familiare, rappresentata come volontaria, e poi invece statuita come condizione di procedibilità per istaurare il procedimento di separazione, divorzio o regolamentazione dell’affidamento, costituisce una contraddizione logico-giuridica insanabile e un condizionamento autoritario delle scelte individuali in violazione delle garanzie costituzionali in tema di libertà personale e uguaglianza, anche nelle relazioni familiari.  E anche una grave violazione degli obblighi internazionali in materia di prevenzione della violenza di genere e domestica: la Convenzione di Istanbul, infatti, vieta qualsivoglia forma di mediazione nei casi di violenza.

Accanto ai mediatori sono previsti anche i coordinatori genitoriali, tutte figure a pagamento che si interpongono tra l’autorità giudiziaria e i genitori nella organizzazione della vita familiare. Una genitorialità dunque burocratizzata che rischia di innalzare il conflitto in assenza di un’intesa autentica che passa attraverso un processo interiore delle parti nell’interesse dei figli.

L’iter così come ipotizzato è sottratto al pieno vaglio della giurisdizione, all’autorità giudiziaria infatti rimane la verifica formale della divisione paritetica del tempo di vita dei figli, senza riguardo alle loro esigenze, alle modalità di vita precedenti alla separazione e alla qualità della loro esistenza. Il generico riferimento all’interesse del minore è svuotato dalla coincidenza per legge di tale interesse con una spartizione a metà tra padre e madre.

La violenza domestica è destinata a rimanere occultata dalla infinita serie di trappole di cui è disseminato l’impianto normativo del ddl 735, e gli altri ddl in esame: ogni tentativo di ribellione delle donne per difendere sé e i figli da un partner e padre maltrattante è inibito dal rischio di censure fondate su falsificazioni e pregiudizi sessisti. Si propone, infatti, la codificazione dell’alienazione parentale, segnalata come truffa dalla comunità scientifica e dagli organismi internazionali di tutela dei diritti umani (cfr. CEDAW Committee, Concluding observation on Italy, 2011, 2017), nonché l’ipotesi di sospensione e decadenza della responsabilità genitoriale in caso di accuse di un genitore contro l’altro non accertate giudizialmente (si veda il ddl 45). A ciò è sotteso il pregiudizio che le donne siano solite denunciare falsamente maltrattamenti e altre forme di violenze nelle relazioni intime, falso mito smentito dai dati del Ministero di Giustizia, del Ministero dell’Interno e delle Procure (si veda la relazione della Commissione di inchiesta sul femminicidio, 2018).

Altra falsa rappresentazione è che le donne strumentalizzino i figli per lucrare economicamente a svantaggio dei padri, deprivati sistematicamente (secondo la narrazione mediatica che sostiene i ddl in esame) del legame affettivo con i figli per una disapplicazione dell’affido condiviso e per  un  comportamento  manipolativo delle madri.

Qui si rinviene il nodo ideologico del progetto di riforma.

Innanzitutto, va chiarito che attualmente l’affido condiviso è applicato nell’ 89% dei casi, mentre l’affidamento esclusivo rappresenta solo l’8,9% dei casi.

Per lo più un assegno di mantenimento è disposto a carico del padre a favore dei figli per un importo medio mensile che va dai 150 euro ad un massimo di 600 euro circa a fronte, in questo caso, di redditi personali altissimi.

Di contro, le condanne per violazione degli obblighi di mantenimento sono il doppio di quelle per maltrattamenti (Istat, 2016).

Oltre ad alimentare l’incapacità di ridefinire il proprio ruolo genitoriale a seguito della separazione, le disposizioni delineate andranno ad aggravare proprio i rapporti di forza e di potere a svantaggio delle donne, ancora titolari di minori risorse economico-patrimoniali, tenuto conto dell’attuale struttura del mercato del lavoro.

Si prevede infatti il mantenimento diretto dei figli, senza tener conto del principio costituzionale di solidarietà e del valore redistributivo dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli in proporzione alle disponibilità economiche individuali.

Al genitore che seguirà i/le figli/e nella casa familiare (ancora una volta le donne, dal momento che nel 60% dei casi l’abitazione è loro assegnata), sarà imposto il pagamento di un canone di locazione all’altro genitore, che avrà tra le mani come strumento di ricatto quanto previsto dall’articolo 11 comma 2 n. 5): si prevede infatti l’indisponibilità di spazi adeguati per il figlio minore come presupposto per limitare la permanenza paritaria dei/lle figli/e presso il più povero della coppia genitoriale, di fatto presso le donne.

Il paradosso è che tale circostanza è assimilata alla violenza, all’abuso sessuale e alla trascuratezza: il legislatore mette così sullo stesso piano la condizione di povertà, precarietà o indisponibilità economico-patrimoniale con la responsabilità penale per comportamenti maltrattanti e gravemente omissivi nei confronti dei figli.

L’impatto dell’impianto normativo all’esame del Senato sarà ancor più grave per le donne straniere, già esposte nei procedimenti sulla responsabilità genitoriale, di separazione e affidamento a gravi discriminazioni, con capacità difensiva fortemente compromessa dall’assenza di interpreti e mediatori culturali sia durante l’iter giudiziario sia nel corso degli interventi di servizi sociali, case famiglia e consulenti tecnici.

Anche a livello procedurale, l’iter così come ristrutturato, che prevede ripetuti invii in mediazione familiare, di fatto obbligatoria, e quindi particolarmente onerosa anche sotto il profilo economico appare farraginoso, sbilanciato, riproduce i rapporti di forza e di potere ponendo ostacoli di ordine economico e sociale che il legislatore dovrebbe intervenire ad arginare.

Il grande assente nei disegni di legge in discussione è il benessere psicofisico dei/delle figlie, questo sì diritto fondamentale costituzionalmente pieno a fronte del vuoto giuridico del cosiddetto “superiore interesse del minore”: i bambini e le bambine sono infatti destinate a rimanere imbrigliati in logiche di dominio, controllo e prevaricazione che impediranno a loro e alle madri una dimensione esistenziale libera e dignitosa.

Teresa Manente
Avvocato, responsabile ufficio legale Differenza Donna-ONG