Molto più di un passo indietro

di Monica Cirinnà e Anna Rossomando


Le scelte politiche sui diritti delle persone e delle famiglie qualificano la proposta politica di partiti e movimenti, e costituiscono la cartina di tornasole per valutare la loro sensibilità rispetto all’equilibrio tra libertà, solidarietà, eguaglianza e giustizia che la Costituzione impone al legislatore: il ddl Pillon deve essere letto – e radicalmente contestato – anzitutto in questa prospettiva.
La gravità di singoli aspetti tecnici, su cui ci soffermeremo, va infatti inquadrata nella opzione politica che caratterizza, al fondo, la proposta di riforma della disciplina della separazione e dell’affidamento dei figli minori: da questa discendono infatti, a cascata, tutte le principali criticità del testo attualmente all’esame del Senato.
Il disegno di legge muove da un presupposto molto chiaro: esiste un modello di famiglia astratto e ideologicamente condizionato – quella fondata sul matrimonio eterosessuale, possibilmente indissolubile – al quale devono essere piegate le concrete vicende di vita e dolore che possono segnare una esperienza familiare, ed in particolare l’interesse del minore a conservare intatta la propria serenità, pure a seguito della fine del matrimonio tra i suoi genitori. Un’impostazione di questo genere ribalta il modello costituzionale di famiglia che, invece, si fonda sull’autonomia delle scelte affettive e sul legame strettissimo tra gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione, presidio di libertà rispetto all’invasione di campo perseguita in epoca fascista; e ribalta, su di un piano ancora più generale, lo stesso delicatissimo equilibrio tra autorità e libertà, che deve guidare e ispirare le scelte del legislatore quando decide di intervenire nella sfera più intima della vita delle persone.
Deve essere ribadito infatti con forza che la Costituzione – come affermò la Corte costituzionale nella memorabile sentenza n. 494/2002 – non tollera una concezione della famiglia “nemica delle persone e dei loro diritti”. Tutto al contrario, il modello di famiglia presupposto e perseguito dal ddl Pillon è un modello di famiglia autoritario, ideologicamente condizionato e insensibile alle concrete, complesse e dolorose vicende di vita di coniugi, genitori e figli.


Ci limiteremo ad alcuni sintetici esempi.
Anzitutto, pensiamo all’obbligo di ricorrere alla mediazione familiare per poter proporre domanda di separazione giudiziale, in presenza di figli minori. Non si tratta infatti soltanto di “alleggerire” il lavoro del giudice, mediante il ricorso a forme di risoluzione alternativa delle controversie (ammesso e non concesso che, in questa delicatissima materia, la degiurisdizionalizzazione sia una virtù e non, piuttosto, un pericoloso cedimento sul fronte della tenuta delle garanzie giuridiche degli spazi di autonomia): si tratta di imporre alle coppie in crisi di sottoporsi – obbligatoriamente, e non per scelta come avviene oggi – ad un vero e proprio trattamento di consulenza psicologica, che poco ha a che vedere con il diritto e molto, invece, con un intervento autoritario nella sfera più intima della vita delle persone e delle famiglie, a tacere dai costi e dall’inutile aggravio dei tempi di separazione. In direzione contraria rispetto alla riforma della separazione e del divorzio avviata con successo dal Partito democratico nella scorsa legislatura – per rendere più breve il tempo del dolore e del conflitto – la preferenza (più o meno inconfessata) per la indissolubilità del matrimonio soffoca gli spazi di libertà, ponendo sulle coppie un ulteriore e costoso peso. Nella stessa direzione, pericolosissima, si muovono l’introduzione della figura del coordinatore genitoriale – altra aberrante entrata a gamba tesa nella sfera più intima, con una pesante limitazione del ruolo del giudice, fattore di garanzia – e, soprattutto, la prospettata riforma del regime degli assegni di mantenimento: privando l’ex-coniuge economicamente più debole – nella maggior parte dei casi la donna, specie al Sud – del sostegno dell’altro ex-coniuge per il mantenimento dei figli minori, si incide pesantemente e drammaticamente sulla libertà di scelta di chi intenda separarsi, finendo addirittura per impedire nei fatti la scelta, qualora uno dei membri della famiglia versi in una condizione economica di particolare disagio: una violazione gravissima del principio di eguaglianza materiale, e dell’obbligo di rimuovere gli ostacoli che, di fatto, impediscano di raggiungere la pari dignità sociale di tutte e tutti, che grava sulla Repubblica in virtù dell’art. 3, comma 2, della Costituzione.
Ad essere pesantemente compressa, tuttavia, non è soltanto la posizione dei coniugi che intendano separarsi, ma anche – e soprattutto – quella dei figli minori.
Anche in questo caso, ci limitiamo a due criticità, egualmente esemplificative dell’approccio ideologico e autoritario che caratterizza il ddl Pillon.
Anzitutto, l’art. 17 del disegno di legge inserisce nel codice civile un riferimento – nemmeno troppo velato – alla sindrome di alienazione parentale (cd. PAS), la cui sussistenza dovrebbe giustificare, nella logica della proposta, specifici provvedimenti a tutela del minore. Dietro alla formulazione apparentemente neutra della norma si nasconde una vera e propria aberrazione: il legislatore – ancora una volta, perseguendo il proprio disegno ideologico di comprimere spazi di scelta e di esperienza, applicando principi e modelli del tutto astratti dalla vita – si appoggia ad un modello diagnostico (la cd. PAS) che è oggetto di persistenti critiche in ambito medico e psicologico. Proprio come è avvenuto per i vaccini, il rapporto tra evidenze scientifiche e attività del legislatore viene completamente stravolto e la scienza – con tutta la sua complessità e, quel che è peggio, in un caso ancora assai delicato e controverso – viene brandita come clava ideologica.
In secondo luogo, e concludendo, non possiamo dimenticare la riforma delle modalità di affidamento, vero e proprio cuore della costruzione ideologica del collega Pillon: l’affermazione del diritto del minore a conservare un rapporto con entrambi i genitori viene anche in questo caso piegata ad una declinazione ideologica e strumentale del principio di bigenitorialità, e il minore viene trasformato in una specie di pallina da ping pong, rimpallata tra i genitori. Anche il passaggio dall’affido condiviso all’affido paritario (sul piano temporale) nasconde, contabbandando la tutela dell’interesse del minore, una opzione ideologica pervasiva e cieca rispetto alle concrete esigenze della vita del minore stesso che finisce per passare in secondo piano.
Un grande maestro – Stefano Rodotà – ha invitato più volte ad essere consapevoli di quanto pericoloso possa divenire il diritto “quando incontra la vita delle persone e si comporta come se non esistesse”: da strumento di libertà e liberazione, e fattore di eguaglianza, esso diviene strumento dell’ideologia e di interventi incontrollati ed invasivi nella sfera più intima delle persone. Noi non siamo disponibili a tornare indietro a uno Stato che pretende di decidere quali scelte debbano essere agevoli nella sfera privatissima dei cittadini e cosa no.
Ecco perché al ddl Pillon si deve resistere con ogni mezzo: non solo per le molte criticità tecniche, ma in quanto segno paradigmatico di una pericolosa involuzione autoritaria.

Anna Rossomando
Senatrice Pd, Vicepresidente Senato