Provenzano: «Il congresso e un’idea d’opposizione, altro che cene degli sconfitti»

Questa intervista è stata pubblicata su il manifesto del 18 Settembre 2018 a pagina 4

Una cena a quattro fra Calenda, Renzi, Gentiloni e Minniti. Una
«controcena» di Nicola Zingaretti con un operaio e un imprenditore. «Mi
vengono battute, più che risposte». Ma in realtà per Giuseppe
Provenzano, golden boy della sinistra Pd (l’area «Sinistra Anno zero»),
c’è poco da ridere: «Immaginare di risolvere la crisi del Pd con una
cena fra il segretario responsabile della peggiore sconfitta della
storia, e con il presidente del consiglio – che stimo – di un governo
bocciato dagli italiani non mi sembra serio. Credevo che Calenda volesse
un fronte, non una cena fra amici».

Fra amici infatti. Non sono invitati né il segretario né Zingaretti. Più che il Pd, ricostruiscono la corrente renziana?
Ma non lo so. Il Pd ha un’intera classe dirigente bocciata dagli
italiani. La discussione la devi fare semmai alle cene delle feste
dell’Unità, nei luoghi dove c’è voglia di nuova partecipazione. Penso ai
cortei contro il caporalato, agli incontri organizzati dal III
municipio, a Roma. Alle proiezioni del film su Cucchi, commoventi. Che
dire? Buon appetito.

Alle feste dell’Unità Renzi è una superstar.
Le platee si modellano intorno ai leader, vado a sentire uno e non
l’altro. Non c’è una comunità che discute, ci sono i tifosi cui si
chiedono atti di fede. Renzi doveva stare zitto per due anni e ora vuole
tornare alla personalizzazione? Abbiamo visto dove ci ha portato. La
sua leadership è stata archiviata dagli italiani.

Meglio sciogliere il partito come chiede Orfini?
Lo scioglimento è una pratica già ben avviata da questo gruppo
dirigente. Detto dal presidente del partito, è l’autocertificazione di
un fallimento. Ma tra sciogliere tutto e lasciare tutto com’è, con una
conta per il riposizionamento dei notabili, c’è un’altra possibilità. Un
congresso vero, sulla politica. Perché il tema non è chi governa il Pd,
ma chi rappresenta. Mentre il Pd nasceva esplodeva la crisi e nella sua
identità la questione sociale non esiste. La rimettiamo al centro o
facciamo come Macron? Non è detto che si debba stare insieme, ma almeno
discutendo di politica forse torneremo a rispettarci. Di tutte le
sparate del week end sconforta l’immagine che diamo ai nostri ma anche
agli italiani che magari non ci hanno votato ma oggi si interrogano da
dove ripartire.

Farete opposizione criticando i 5S perché non fanno il reddito di cittadinanza che voi però non volete?
Me lo chiedo anch’io. Quando la manovra arriverà, faremo l’opposizione
dei contabili? Ma un partito non è la ragioneria dello stato, deve
indicare una rotta. Dobbiamo essere i promotori di una svolta sociale
che faccia scoppiare le contraddizioni del governo. E per farlo abbiamo
bisogno di una radicale discontinuità di idee e volti. Perché serve una
grande credibilità per farsi promotori di giustizia sociale. Sulla base
di un programma e di un’idea di società. Vorrei dire di socialismo,
parola di moda tra i democratici americani e quasi impronunciabile da
noi.

Anche nel Pd la parola socialismo potrebbe non riscuotere più tanti consensi.
Vedremo. C’è una domanda di radicalità. Serve una sinistra di governo,
ma una sinistra. Oggi il Pd non è né carne né pesce. Prendiamo il caso
di Genova: in nome di chi facciamo opposizione? Degli azionisti di
Atlantia o dei cittadini vittime dello spappolamento dello Stato? Ma per
un confronto vero serve cambiare le regole.

Come?
Il Pd ha cancellato il maggioritario in Italia, ma continua ad avere uno
statuto maggioritario. Il segretario è candidato premier, il gruppo
dirigente si forma per affiliazione al capo, ai giovani si chiede di
fare i cortigiani. Cambiamo le regole: sulla base di mozioni si forma un
nuovo gruppo dirigente, che individua due o tre nomi da sottoporre a
primarie regolate. Il tutto in tempo per avere una proposta sulle
europee.

Le europee si annunciano una disfatta per i socialisti.
Una partita decisiva. La minaccia sono i nazionalisti alleati di un Ppe
che sta subendo un’involuzione grave. Serve una proposta che cambi
l’Europa, non difenderla così com’è. Su questo costruire le alleanze,
non un vago fronte europeista. In Italia, poi, con chi? Forza Italia,
con cui qualcuno immaginava fronti comuni, ha votato per Orbán. Lanciamo
una grande costituente. Non partendo da sigle usate e gruppi dirigenti
sconfitti. C’è un bisogno di sinistra nella società e c’è un’Italia che
vuole reagire, nel mondo della cultura e non solo, che si oppone alla
deriva della destra, e che non si sente rappresentata. Un Pd
radicalmente rinnovato, si metta a disposizione di qualcosa di più
utile, di più grande.