Un campo democratico largo, ma chiaro contro i seminatori d’odio. Non bastiamo da soli

Questo contributo è stato pubblicato originariamente su huffpost.it

Foto: ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

Massimo Cacciari e un gruppo di personalità del mondo della cultura ci chiamano alla mobilitazione per frenare e arginare la pericolosa deriva antidemocratica dell’Italia e dell’Europa. Chiedono una netta discontinuità delle forme, dei modi e degli indirizzi della nostra politica che condivido e per la quale sto tentando di dare il mio contributo.

È un compito da fare urgentemente e nei
campi più diversi. So bene che il primo significativo banco di prova
saranno le prossime elezioni europee. Dobbiamo arrivarci pronti.

L’Europa è sull’orlo di una drammatica
disgregazione per l’aggressività dei nuovi nazionalismi risorgenti e per
una serie di grandi errori commessi in questi anni dalla sua classe
dirigente; inadeguata e priva di una credibile strategia.

La salvezza dell’Europa è impossibile se non si dà vita a un’Europa diversa.

Il nostro continente, dopo la Seconda
guerra mondiale, ha progredito nel progetto unitario e ha avuto un ruolo
propulsivo nel mondo. Aveva chiara la sua missione: la pace, la
promozione umana, l’integrazione dei mercati e la crescita economica e
sociale; poi c’è stato l’euro e la capacità di dare uno sbocco positivo
alla dispersione di una parte importante del blocco dei paesi comunisti.
C’è stato, infatti, l’allargamento a Est e la diffusione, in quei
popoli, di principi e regole democratici e di libertà.

Tale missione si è storicamente esaurita.
Oggi il vecchio continente stenta a trovarne una nuova e convincente.
Così, da protagonista quale era, sta diventando un terreno debole di
conquista per una destra illiberale e per una idea non nuova, anzi
ricorrente, tecnocratica e docile solo rispetto ai mercati e alle
direttive tedesche. Eppure la crisi economica e sociale e l’incredibile
aumento delle disuguaglianze rendono chiara la nuova missione.

I processi di globalizzazione hanno dato
frutti amari, insieme a opportunità rilevanti per grandi regioni e stati
che un tempo si potevano definire del terzo mondo o sottosviluppati. I
frutti amari riguardano un po’ dappertutto, anche dove l’aumento della
ricchezza ha investito una parte dei poveri, l’enorme aumento della
divaricazione della forbice sociale. La distanza tra chi ha troppo e chi
non ha nulla.

È una tendenza che colpisce al cuore lo
spirito costituente emancipativo che è stato così forte, nel vecchio
continente, dopo le guerre sanguinose del ‘900. Dopo la liberazione dal
nazifascismo si è aperta una fase creativa nella scrittura di carte
fondamentali per i nostri popoli avanzati e democratici, tese ad
affermare il valore delle persone, della loro vita e una mobilità
sociale tra il basso verso l’alto concreta e, almeno per un periodo,
funzionante. Sono state realmente queste le priorità degli stati e
dell’Europa degli ultimi anni? Le scelte fatte avevano questi ambizione e
obiettivi?

Con franchezza dobbiamo dire di no.
Occorre dunque cambiare perché la crisi dell’Europa è anche figlia
dell’errore di non aver sempre messo al centro del suo agire la missione
storica dell’emancipazione umana e delle persone. Questo, invece, è lo
spazio per una missione dell’Europa nel mondo che proviene dalla sua
storia migliore. Quando le idee universali hanno prevalso sugli egoismi
nazionali e sui conflitti etnici. Quando dentro lo stesso stato e
nazione, convivevano pacificamente molteplici popoli.

Dunque, umanizzare la globalizzazione,
correggere e riformare uno sviluppo capitalistico che altrimenti,
abbandonato alla sua stessa natura, andrebbe incontro a una
autodistruzione; distruggendo, al contempo, le risorse del pianeta e
decretando conflitti inimmaginabili.

Non so se sia più buffo o drammatico, il
fatto che quelli che si proclamano sovranisti boicottando
pregiudizialmente l’Europa, in realtà stanno portando la sovranità
dell’Italia al suo definitivo spegnimento. L’Italia senza Europa sarebbe
terra di conquista delle nuove e dinamiche potenze del mondo. Su questi
temi dovremmo essere decisi e coraggiosi.

L’Europa sarà in grado di far sentire la
sua voce e avrà un futuro, innanzitutto, se rafforzerà la sua
democrazia. Se dimostrerà capacità di rappresentanza diretta dei
cittadini; se porrà al centro il ruolo del Parlamento; se saprà
rapportarsi alle mobilitazioni transnazionali dei sindacati, dei
movimenti, delle associazioni culturali e di quelle che si battono per i
diritti, in particolare delle donne e per una crescita sostenibile che
rispetti l’ambiente e la qualità della vita.

Inoltre, l’Europa sarà un punto di
riferimento se rafforzerà e rinnoverà il suo modello sociale che unisce
la crescita, la libertà dei mercati e dell’impresa alla protezione e
valorizzazione della vita dei cittadini.

Insomma, l’Europa politica è oggi debole
perché è debole la democrazia europea e perché stiamo abbandonando
quelle conquiste che ci hanno fatto più civili, mentre proprio i paesi
emergenti ne sentono, anche se confusamente e con contraddizioni, il
bisogno interno di mutuarle e adattarle alla loro società.

Questi sono davvero i contenuti sui quali
si svolgerà la campagna elettorale per le prossime europee. Dobbiamo
suscitare un impegno corale. Non bastiamo da soli. È giusto costruire un
campo democratico largo ma chiaro nelle sue finalità, contro i
seminatori di odio e di divisioni che oggi vediamo così alacremente al
lavoro.