Decreto Diginità – Un provvedimento nato male

Sul Decreto Dignità la battaglia nelle Commissioni Lavoro e Finanze delle scorse settimane ha cambiato in alcune parti e in modo significativo l’impostazione originaria, ma questo non è bastato a sanare le contraddizioni contenute nella normativa. Adesso il Decreto passa al Senato. L’azione parlamentare di opposizione ha cercato di rimettere sulla giusta strada un provvedimento nato male, ma il testo deliberato rende evidente come l’affermazione di partenza di Di Maio, “Il Decreto Dignità è la Waterloo del precariato”, si confermi una bufala mediatica non corrispondente alla realtà dei fatti.  Al tempo stesso, dal momento che anche per azione del PD sono state apportate significative modifiche, non possiamo fermarci al giudizio che lo definisce semplicemente Decreto disoccupazione.

È interesse di tutti andare oltre la propaganda per entrare nel merito del provvedimento.

Molte cose, a mio avviso positive, che il decreto contiene, erano già state richieste con forza nell’ultima legge di Bilancio della passata legislatura dai componenti del gruppo Pd della Commissione Lavoro della Camera, anche se non approvate dal Governo Gentiloni. Altre, sono state sostenute, due settimane fa in Commissione con appositi emendamenti alcuni dei quali approvati. Altre ancora, sono state proposte dal Governo che si è reso conto dell’inconsistenza, ai fini della lotta alla precarietà, del testo di origine. Proviamo ad elencare le correzioni positive: 1) il Governo ha proposto, ob torto collo, la continuazione della norma del Governo Gentiloni che prevede, per le imprese, un bonus per le assunzioni a tempo indeterminato dei giovani fino ai 35 anni di età. Si tratta di un vero provvedimento contro la precarietà, quello che il Governo ha dovuto ripescare quando si è reso conto che questo incentivo potrà fare la differenza, oltre che sulla qualità del lavoro, anche sul saldo occupazionale di 80.000 posti di lavoro in meno in dieci anni previsto dall’INPS (sulla base di calcoli difficilmente classificabili come “scientifici”), che potrebbe in questo modo tornare in positivo; 2) l’innalzamento del 50% delle mensilità di risarcimento per i lavoratori colpiti da licenziamento individuale illegittimo, nel caso di ricorso alla sede giudiziaria (emendamento approvato dai Deputati Pd in Commissione Lavoro della Camera alla legge di Bilancio dell’anno scorso, ma poi non passato in Aula) e a quella di conciliazione (emendamento del Pd presentato in Commissione nelle scorse settimane). Il Pd e’, dunque, per l’innalzamento dei risarcimenti a favore dei lavoratori, al punto tale da aver migliorato la norma del Governo che gia’ lo prevedeva, ma solo per la sede giudiziaria. Con questa scelta, come è già avvenuto per gli incentivi, diventati lineari e strutturali con Gentiloni, si supera gradualmente e positivamente la filosofia del Jobs Act nei due ponti più deboli del suo impianto: in quello degli incentivi, che da congiunturali sono diventati strutturali, e in quello delle indennità di licenziamento inizialmente squilibrate a vantaggio delle imprese; 3) la conferma della durata massima del contratto a termine nel limite dei 12 mesi (senza causali, più altri 12 con le causali): si tratta di una copiatura dell’emendamento PD alla legge di Bilancio dello scorso anno, presentato dall’onorevole Gribaudo, che chiedeva di abbassare da 36 a 24 mesi la durata del contratto a termine; 4) la cancellazione dell’aggravio contributivo per l’assunzione di colf e badanti (emendamento Pd).

Le cose negative:

  1. nonostante il fatto che sia giusto, a mio avviso, inserire le causali per il contratto a termine, sarebbe stato meglio demandare tale materia alla contrattazione collettiva. Inoltre, il periodo transitorio previsto fino a ottobre e’ troppo breve. Va fatta una battaglia in Senato, sempre che il Governo non decida di mettere la fiducia, per mantenere le vecchie regole ai contratti a termine in essere. Una norma transitoria così concepita, come facemmo nel 2007, darebbe certezze a lavoratori e imprese e, insieme all’incentivo per le assunzioni a tempo indeterminato, avrebbe un impatto positivo sull’occupazione; 
  2. è estremamente negativo l’allentamento delle regole per l’utilizzo dei voucher. Va cambiata la durata del voucher che passa, dal momento della denuncia all’Inps, da 3 a 10 giorni per il suo l’utilizzo. Bisogna tornare ai 3 giorni perché, altrimenti, si può aprire uno spazio all’aumento del lavoro nero;
  3. rimane negativa, nonostante il superamento dello stop and go e la richiesta delle causali all’utilizzatore, l’equiparazione del lavoro somministrato con il contratto a termine. La somministrazione, che costa il 20-30% in più dei normali contratti, andrebbe tolta dal Decreto.

Come si vede un po’ di strada è stata fatta, ma non è risolutivo ed è pieno di contraddizioni.

Cesare Damiano
Presidente dell'associazione Lavoro & Welfare e Presidente Commissione Lavoro XVII Legislatura