Decreto Diginità – Manca un disegno organico di riforma

Il titolo scelto per il primo provvedimento del Governo M5S/Lega è impegnativo e, francamente, eccessivo e inopportuno.

Pur partendo da un obiettivo in gran parte condivisibile e niente affatto scontato, come appunto quello del mettere al centro dell’intervento la dignità del lavoro, quindi la sua centralità e il suo valore, contrastando la precarietà, alla fine appare come un intervento poco coraggioso e contraddittorio per le scelte fatte.

Una premessa è d’obbligo, rimettere al centro il lavoro, quello di qualità, presuppone una proposta che non guardi solo alle regole del mercato del lavoro, ma alla necessità di far ripartire investimenti, politiche industriali utili per la generazione di nuove opportunità di lavoro, un fisco giusto e progressivo che sia una leva per la redistribuzione della ricchezza a favore di lavoratori e pensionati , un investimento sugli ammortizzatori e sulle politiche attive del lavoro che non veda queste politiche in antitesi ma complementari  Di questo ancora non vediamo traccia nell’azione del Governo, un Governo troppo impegnato in questi primi mesi di azione a promuovere odio, intolleranza, a dividere anziché costruire senso di comunità.

Le misure del decreto sono diverse, variegate e non costituiscono un disegno organico di intervento di riforma ma pare utile sottolineare che, almeno nella sua versione iniziale, l’ aver rotto il tabù della flessibilità sempre in unica direzione, in particolare con l’intervento sui contratti a termine, è un segnale significativo, per il messaggio che propone e che dovrebbe  trovare coerenza di azione su tutte le altre  forme precarie ( abuso tirocini, false partite Iva, finto lavoro autonomo… ). Un intervento, quello sui contratti a termine, che ha determinato reazioni scomposte da parte del sistema delle imprese.

Reazioni eccessive, soprattutto se accompagnate dalla minaccia di licenziamenti di massa che le aziende possono, meglio non devono fare, stabilizzando invece quei lavoratori che dovessero scadere nel periodo tra la pubblicazione del decreto, che definisce una riduzione da 36 a 24 della durata massima del tempo determinato, la riduzione del numero possibile delle proroghe e introduce la necessità di causali dopo i primi 12 mesi, e la sua conversione che definirà come da molti richiesto un periodo di vigenza delle norme pregresse per i contratti stipulati prima dell’entrata in vigore del decreto.

L’intervento sul tempo determinato è un intervento che va nella giusta direzione, sia con la limitazione della durata massima che, soprattutto, con la reintroduzione delle causali che avremmo preferito tuttavia fossero stabilite fin dall’inizio del contratto, per evitare un effetto turn over che i dati ci dicono possibile, stante la crescita spropositata non solo dei contratti a termine, ma soprattutto dei contratti a termine di breve durata. Poco coerente con l’obiettivo della riduzione della precarietà anche la parte relativa all’intervento sulla somministrazione, che regolamentava in modo molto rigido la somministrazione a tempo determinato   sovrapponendone le caratteristiche a quelle del tempo determinato, ingenerando alcuni effetti paradossali. Il percorso di conversione ha affrontato alcuni problemi ma anche qui sarebbe utile un ragionamento maggiormente sistemico.

Se l’obiettivo è quello di evitare che le grandi trasformazioni dei modelli di organizzazione della produzione e la frammentazione delle catene di produzione del valore siano affrontate esclusivamente attraverso la pressione per la riduzione dei costi operativi, allora varrebbe la pena aprire un confronto su tutto ciò che è riconducibile a processi di esternalizzazione di manodopera (somministrazione, distacchi, appalti), affermando i principi di parità di trattamento e quindi affermando che tali scelte debbano muovere da logiche di efficientamento e di specializzazione dei processi organizzativi e non da logiche di mero abbassamento del costo del lavoro.

Come Cgil abbiamo spesso definito il decreto poco coraggioso. Vale in particolare per l’intervento sui licenziamenti, che pur proponendo un positivo innalzamento delle indennità in caso di licenziamento illegittimo, non affronta né il tema del ripristino della reintegrazione nè quello dell’impianto più generale del decreto sulle tutele crescenti.

Il voto contrario in aula della maggioranza sulla proposta di ripristino dell’Art.18 rende palese la distanza tra le promesse in campagna elettorale e le reali volontà di intervento.

Anche l’altro “ significativo “  intervento proposto nel decreto, quello sulle delocalizzazioni, rappresenta un primo tentativo per arginare un fenomeno negativo per l’economia oltre che per l’occupazione del nostro Paese, ma ha il limite di non essere una riposta compiuta e forte che renda esigibile l’insieme delle norme previste e che, nel contempo, sappia affrontare anche dal punto di vista sociale, attraverso il ridisegno degli ammortizzatori le ricadute sociali che tali comportamenti di impresa determinano.

E’ condivisibile la norma sul contrasto alla ludopatia, lo è molto meno la parte fiscale perché, pur in un intervento “ svuotato” rispetto agli annunci sulla flat tax, va nel segno opposto rispetto a quello che deve vedere il contrasto  alla evasione e alla elusione fiscale come tratti forti della politica del Paese.

Questo è stato il nostro giudizio sintetico sul decreto, quando è uscito: pur contenendo misure interessanti e condivisibili, manca del coraggio di affrontare un ridisegno organico, che per la CGIL è necessario, delle regole del mercato del lavoro.   

Il percorso di conversione del decreto, tuttavia, ci induce a modificare, in peggio, quel giudizio.

La volontà, proclamata, di contrastare la precarietà mal si sposa infatti con l’emendamento proposto dalla maggioranza che estende nuovamente la possibilità di utilizzo dei voucher nelle aziende alberghiere e nelle strutture ricettive, rendendo ancora più deboli gli strumenti di controllo in agricoltura riaffermando l’idea, sbagliata,  che fino a un certo limite economico di utilizzo il lavoro sia per forza occasionale, non debba per questo avere gli stessi diritti  e le stesse tutele, non possa essere contrattualizzato.

La discussione di questi giorni rende evidente l’errore commesso un anno fa, quando per non consentire lo svolgimento di un referendum chiesto con oltre 1 milione di firme il Governo Gentiloni decise di abrogare i voucher introducendo una nuova normativa sul lavoro occasionale che, pur con delle  limitazioni, ne manteneva inalterata la logica di mercificazione del lavoro. 

Una idea sbagliata per i lavoratori e pericolosa per il Paese che continua a inseguire la logica del lavoro mordi e fuggi, poco retribuito e dequalificato, che svilisce competenze e professionalità, che propone questo lavoro come soluzione per settori strategici per l’economia del Paese quali il turismo e l’agricoltura.

Di tutto abbiamo bisogno, tranne che di altro lavoro povero, che non offra prospettiva. In questo emendamento non c’è alcuna dignità e si leggono tutte le contraddizioni di un decreto che, per questo, non corrisponde agli obiettivi con cui è stato annunciato. 

Tania Scacchetti
Nata Modena, sposata, due figli, diplomata al liceo classico, comincia la propria esperienza sindacale nella categoria del commercio da delegata mentre frequenta l’università di Sociologia a Trento.
Il 29 novembre 2016, a conclusione della votazione dell’assemblea generale della Cgil, entra a far parte della segreteria nazionale.