Decreto Diginità – Fine della luna di miele con le imprese?

“Se il Decreto Dignità viene approvato così come è stato presentato rischia di avere un impatto pesante”  (Luca Zaia, presidente leghista del Veneto, intervistato da Il Messaggero). È ancora presto per sancire la fine della luna di miele tra gli elettori e il governo giallo-verde guidato (almeno formalmente) da Giuseppe Conte. Questo, per lo meno, dicono i sondaggi, che stimano il consenso per la Lega e il M5S attorno ad un più che robusto 60 per cento.

Il decreto dignità – approvato dalla Camera in prima lettura giovedì 3 agosto – ha però aperto le prime crepe in una delle più importanti constituency elettorali della Lega: la galassia di piccole e medie imprese al cui interno il partito di Salvini ha ottenuto consensi che oscillano tra il 24 per cento (piccoli imprenditori e commercianti) e il 29 per cento (artigiani), contro il 17 per cento complessivo. Un mondo, quello dei “produttori”, che  in Lombardia e nel Veneto ha tributato un consenso quasi plebiscitario.

Che gli imprenditori facciano un uso sempre più massiccio dei contratti precari è testimoniato dai dati: nel primo trimestre 2018 rispetto a cinque anni i lavoratori dipendenti sono aumentati del 6 per cento. Tra questi, quelli a tempo determinato sono cresciuti del 30 per cento.

Uno degli obiettivi strategici del Jobs act era restituire centralità al rapporto di lavoro a tempo indeterminato. A tre anni di distanza dall’approvazione della riforma, la cruda verità è che questo obiettivo è stato mancato: nel primo trimestre del 2018 l’81 per cento delle assunzioni è avvenuto a tempo determinato, mentre cinque anni prima erano il 76 per cento del totale.

Che fosse necessaria un’inversione di tendenza rispetto alla liberalizzazione introdotta dal decreto Poletti era nelle cose. Alcuni, all’interno del PD, avevano sollevato per tempo la questione, proponendo un ragionevole tagliando del Jobs act da fare con la legge di bilancio 2018. I chierici del renzismo hanno avuto la meglio, bloccando qualunque intervento. Visti i risultati del 4 marzo, un errore da matita blu.

Che il boom del tempo determinato sia solamente un abuso da contrastare è invece un’analisi sbagliata, che prescinde dai cambiamenti strutturali del sistema produttivo. Il punto è che il vicepremier Di Maio l’ha fatta propria, mettendo in campo con il DL Dignità tutti gli strumenti possibili e immaginabili per scoraggiare il lavoro a termine: la reintroduzione delle causali, l’aumento dei costi, la riduzione della durata massima e del numero di rinnovi, l’estensione di parte dei limiti anche al lavoro in somministrazione.

Non è facile prevedere l’impatto concreto di queste misure: la stretta è indubbiamente forte ed è ragionevole attendersi una significativa riduzione degli occupati a tempo determinato. Quanti di questi contratti verranno stabilizzati è però un’incognita: gli incentivi sono deboli ed è probabile che le aziende reagiscano aumentando il ricorso agli straordinari, lasciando a casa parte una parte dei lavoratori a termine o ricorrendo ad altre forme di flessibilità.

Al di là di questi aspetti tecnici, la questione in realtà è politica e ha a che vedere con il rapporto del governo giallo-verde con le istanze del mondo imprenditoriale.

Il decreto dignità è infatti solo una parte del problema che si è aperto. Se teniamo conto anche delle giravolte sulla questione Ilva, le prese di posizione contrarie o fortemente scettiche verso infrastrutture strategiche come l’Alta velocità Torino-Lione e Brescia-Verona e il gasdotto Tap, il quadro che ne esce è un campanello d’allarme forte e chiaro per gli imprenditori, a partire da quelli del Nord. Ai loro occhi il M5S si è confermato ideologicamente diffidente quando non apertamente ostile verso il sistema delle imprese. Un mondo che continua a rappresentare il perno economico del Paese ed esercita, almeno nell’Italia settentrionale, una vera e propria egemonia culturale.

La Lega, al di là delle promesse e delle rassicurazioni, ha fatto ben poco per cambiare questa situazione. La maggioranza giallo-verde si regge infatti su un patto di potere molto chiaro: Salvini può alzare pressoché indisturbato la sua bandiera securitaria e razzista per le politiche di competenza del ministero dell’interno, Di Maio può fare lo stesso per quanto attiene ai suoi dicasteri: lavoro e attività produttive.

Per il momento, il patto regge e il consenso tiene più che bene. Le rimostranze di Confindustria e le proteste degli imprenditori veneti non hanno interrotto l’idillio con gli elettori.

Quanto tutto questo sopravviverà alla madre di tutte le battaglie – la definizione della manovra di bilancio – è invece tutto da stabilire.

Nel blocco apparentemente solido della maggioranza giallo-verde si intravvedono due linee di frattura. Quella tra Lega e M5S, portatori di visioni profondamente diverse e difficilmente conciliabili su molte questioni cruciali. Ma anche quella tra la componente “politica” del governo – guidata dai due vicepremier, alleati e competitori al tempo stesso – e quella “tecnica” incarnata dal ministro dell’economia Tria e da quello degli esteri Moavero. I “garanti” del vincolo di bilancio nei confronti di mercati sempre più nervosi (lo spread viaggia ormai attorno a quota 250) e della collocazione internazionale del Paese (in un Europa in crisi e schiacciata dall’asse Trump-Putin).

Queste faglie sono destinate ad approfondirsi. Forse fino al punto di rottura, forse no. Il potere è un forte collante, le nomine da fare sono centinaia e non è affatto detto che il governo debba crollare tra pochi mesi, precipitando il Paese verso elezioni anticipate.

Ciò che è certo è che per l’opposizione – Partito Democratico in testa – il tempo per leccarsi le ferite è abbondantemente scaduto.

Antonio Misiani
Senatore Pd di Bergamo e Brescia e capogruppo Pd in commissione bilancio.