Valutiamo il decreto dignità. E le cose buone votiamole

Questa intervista è stata pubblicata su la Stampa del 14  Luglio 2018 a pagina 9

Andrea Orlando, i renziani hanno alzato le barricate contro il dl dignità. Lei, se non sbaglio, pensa che il decreto nel complesso non si possa votare, ma che su alcuni punti il Pd debba confrontarsi e, se ci sono correzioni, persino votare a favore…
«E quello che fa ogni opposizione seria. Dobbiamo accettare la sfida della lotta alla precarietà e sulla base di una nostra piattaforma valutare le loro proposte. Il decreto al momento mi pare un guazzabuglio, dal contenuto misterioso e contraddittorio. Penso ci siano punti insormontabili come l’intervento sulle delocalizzazioni, propagandistico e pericoloso. Per questo non ho mai pensato che lo dobbiamo votare nel suo complesso. Ma lo dobbiamo valutare punto per punto».

Andare a vedere le carte sul lavoro: durata dei contratti, causali, indennità…
«Intendiamoci, non mi pare sia questa l’essenza del decreto, e vengono affrontati aspetti marginali della precarietà. Il punto è rendere più conveniente il lavoro stabile rispetto a quello precario. Non mi pare che questo nodo sia affrontato. Dobbiamo valutare laicamente, nella scorsa legislatura c’erano anche emendamenti della maggioranza Pd che proponevano la riduzione della durata dei contratti a termine e altri che prevedevano l’aumento dell’indennità per i licenziamenti. Dobbiamo recuperare un rapporto con il mondo del lavoro, con quello sindacale e pensare a un “tagliando” al Jobs act…».

Il Pd deve rinnegare il Jobs act?
«Non credo si tratti di rinnegarlo, ma di realizzarlo pienamente: è stato attuato solo nella parte che riguarda la diminuzione delle garanzie per le modalità di licenziamento e negli incentivi alle imprese che stabilizzano. È dall’approvazione che insisto sull’esigenza di rivedere alcuni punti, per esempio i licenziamenti collettivi e quelli disciplinari che possono essere usati come pretesto per aggirare i limiti ai licenziamenti economici. Vanno attuati gli obiettivi di rafforzare le politiche attive del lavoro e di riformare gli ammortizzatori sociali investendo più risorse».

Il governo pensa di limitare l’apertura domenicale dei negozi. Che ne pensa?
«Che sia ragionevole rafforzare la possibilità di intervento della contrattazione tra le parti sociali in questo ambito».

Il Pd sembra sempre lì: con il M5s si dialoga o è la «vecchia destra»?
«Il decreto lo dobbiamo affrontare per il suo contenuto, non per tattica. Resta il tema di come si evita una saldatura definitiva tra queste due forze, proprio mentre si aprono alcune contraddizioni sull’immigrazione. Mai pensato che M5s sia la nuova sinistra, ma anche se fossero due destre non abbiamo convenienza che diventino una destra unica…».

Sul taglio dei vitalizi Rosato, a nome del Pd, ha dato l’ok nonostante i dubbi…
«L’atteggiamento di Rosato è la dimostrazione che anche i renziani guardano al merito. E persino oltre il merito… Infatti, capisco poco perché si debba dire che una delibera è fragile, contraddittoria, e poi votarla. E vedo il rischio che costituisca il precedente per il ricalcolo delle pensioni di tutti. Però non sono contrario all’idea di discutere sulla congruità delle pensioni dei parlamentari».

Per le Europee Laura Boldrini immagina un’unica lista progressista, Renzi un fronte europeista con Macron punto di riferimento…
«Io penso che debba essere il congresso a sciogliere questo nodo. D’accordo con Renzi che bisogna partire dallo schieramento europeo, non sull’approdo: il riferimento non è Macron, dobbiamo andare oltre il Pse ma per guardare alle forze che, pur essendo europeiste, hanno sviluppato una critica all’Europa così com’è, eccessivamente subalterna all’asse franco tedesco».