Ora congresso vero, e una classe dirigente. Basta con i cortigiani

Questa intervista è stata pubblicata su il manifesto del 10  Luglio 2018 a pagina 6

«Ci rivedremo a congresso e perderete ancora». È l’anatema di Renzi alla sinistra Pd, sabato scorso all’assemblea dem. Ma il tema non appassiona Giuseppe Provenzano, siciliano, classe ’82, laurea e dottorato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Giovane leva dell’area Orlando, organizzatore di ’Sinistra Anno Zero’.

Renzi ce l’aveva con la sinistra Pd. Voleva dire che al congresso vincerà un renziano?
Non sono sicuro di poterlo decifrare, c’era molta confusione nel suo intervento,ha messo insieme Blair e Alexandra Ocasio-Cortez (giovane leader democratica, erede di Sanders, ndr). Penso che abbia problemi di orientamento. Ma era un atto di nervosismo dovuto alle contestazioni della platea.

Forse voleva dire che la sinistra Pd, che secondo lui è la vera responsabile della sconfitta, perderà di nuovo?
Quello che ha portato la sinistra, tutta, alla sconfitta peggiore della sua storia è stato Renzi. Detto questo, capisco che per i giornali abbia ancora un interesse, ma Renzi è stato archiviato dagli italiani.

È una storia davvero finita? Non si può dire che Renzi non sia stato un mattatore dal palco dell’Ergife.
Ha scelto un’uscita di scena a modo suo, nell’ultimo giorno da segretario dimissionario. Non un grande spettacolo.

Il Pd perde perché è diviso?
No, perché siamo divisi dagli elettori, perché siamo percepiti anche a livello locale come sistemi di potere che escludono più di quanto non includano. Perdiamo perché abbiamo perso noi stessi, e un messaggio comprensibile, che affronti la vita delle persone. Perdiamo perché non sappiamo esprimere una visione del mondo. Finché non saremo in grado di ricostruire un orizzonte valoriale non ci riprenderemo.

Di solito l’opposizione fa bene. Ma nel Pd ci sono già opposizioni diverse al governo M5S-Lega. Penso al cosiddetto decreto dignità.
L’opposizione fa bene se si fa bene. E i primi passi che abbiamo compiuto non vanno in quella direzione. Vogliamo fare opposizione in nome dello spread e dei mercati? Sul decreto «dignità» – ma non si può usare questa parola preziosa – facciamo opposizione in nome di Confindustria e del jobs act? Sono le cose che hanno scavato un fossato fra noi e il mondo del lavoro, e per la sinistra è grave. Nel merito: quel decreto affronta solo un segmento della precarietà, ma comunque storture che abbiamo prodotto noi. Altre norme invece vanno in tutt’altra direzione. Testimoniano una contraddizione interna alla maggioranza che noi dovremmo fare esplodere. I pop corn fanno più male alla politica che alla salute.

Però per fare un’opposizione così Pd dovrebbe rimangiarsi l’azione dei suoi governi.
Se negli anni in cui abbiamo governato i poveri sono passati da due milioni e mezzo a cinque, non abbiamo governato bene. Non è che non ci hanno capito, ci hanno capito benissimo e non ci hanno votato. Non avevamo un pensiero audace in politica economica per mettere in discussione l’austerità. Poi quando Renzi ha ottenuto quel poco di flessibilità, l’ha sprecata, portando gli investimenti pubblici al livello più basso di sempre. Dunque sì: dobbiamo mettere in discussione non un leader o uno stile, ma una politica, scelte profonde.

Ci vorrebbe un congresso. E invece avete eletto Martina.
Martina può avere un ruolo importante se promuove una discussione politica vera. Non abbiamo bisogno di una conta, dai posizionamenti interni dell’attuale gruppo dirigente non nascerà nulla di utile all’Italia. Dobbiamo riscrivere le regole del congresso. So che l’argomento non appassiona, ma svincolare la formazione del gruppi dirigenti dall’elezione del leader è vitale. Renzi è stato un disastro, ma un gruppo dirigente degno di questo nome non glielo avrebbe permesso. Dobbiamo formare un gruppo di uomini e donne liberi e forti, sulla base della politica. Non di cortigiani, ricattabili dal proprio leader.

Giachetti dice che avete rimandato il congresso perché non avete ancora deciso chi lo vince.
Con Giachetti non sono d’accordo neanche quando sono d’accordo.

Renzi ha di nuovo citato Blair.
Lì ho chiesto al presidente Orfini di battergli il tempo. Stava parlando con vent’anni di ritardo.

È dalla fascinazione blairiana che avete iniziato a sbagliare?
Sì.

D’Alema le replica che l’alleanza di Bersani era un tentativo di rifondare quella sinistra.
Sì, ma un tentativo insufficiente. E c’è un problema di credibilità: la revisione del blairismo in Gran Bretagna la fa Corbyn, che si è sempre opposto a Blair. Da noi hanno preteso di farla i blairiani degli anni 90.

La sinistra sta con Zingaretti?
Credo che Zingaretti ambisca a rappresentare uno schieramento che vada al di là della minoranza. Anche per questo è prioritario fare una discussione sul Pd. Bisogna ripensare tutto, dalla sua fondazione, perché la Grande recessione ha cambiato tutto.

Lei è il più invitato nei dibattiti sull’unità delle sinistre.
La distinzione fra sinistra riformista e sinistra radicale oggi non ha più senso, specialmente se guardi all’insediamento sociale: nei quartieri bene vanno meglio tutti, dal Pd a Potere al popolo. Ma non si parte dalle sigle o dai dirigenti, serve una lettura del mondo, un lessico comune e proposte che possano riguadagnare il consenso popolare. Così si ricostruisce l’unità a sinistra, che è un dovere storico di fronte alla destra peggiore di sempre.