Le elezioni regionali banco di prova per un nuovo PD piemontese

Per il Pd e per la sinistra piemontesi il compito di ricostruire il proprio insediamento popolare coincide in questo frangente con quello di lavorare a una coalizione plurale in grado di competere il prossimo anno per il governo della Regione. Archiviata anche qui, per ovvi motivi, la retorica della “vocazione maggioritaria”, il nodo politico sta in questo: nella nostra capacità di promuovere la nascita di una vasta alleanza di forze, che non si arresti al campo dei partiti e dei movimenti politici, ma si allarghi alle energie di quel civismo di cui la nostra regione è particolarmente ricca.

Il punto di partenza evidenzia molti problemi. La sconfitta subita delle elezioni politiche arriva a completare il vistoso arretramento subito dal centrosinistra nei due anni precedenti sul terreno delle amministrazioni locali. Dopo Torino, persa nel 2016, il 2017 è stato l’anno in cui sono passati di mano alcuni dei più importanti capoluoghi di provincia: Novara, Alessandria, Asti. In questi ultimi tre anni, la Giunta guidata da Sergio Chiamparino è stata progressivamente circondata da una corona di amministrazioni locali di segno contrapposto. Cosicché essa appare oggi, per diversi aspetti e nonostante la buona azione di governo svolta, una “sopravvivenza” della stagione politica precedente, che il 4 marzo scorso è stata totalmente sconvolta e archiviata.

Sul piano generale, a fronte di uno sconvolgimento epocale di tale portata, il richiamo al “buon governo” svolto in questi anni dalle nostre amministrazioni, pur essendo appropriato se si analizzano i fatti, appare del tutto inadeguato a rifondare il rapporto con le parti della popolazione più colpite dalla crisi e ulteriormente affondate nella voragine delle disuguagliane dalle stesse dinamiche di ripresa. Occorre, perciò, imprimere una svolta radicale, se vogliamo provare a giocare la partita ed evitare che con il Piemonte si “chiuda il cerchio” delle regioni del Nord affidate al domino incontrastato delle destre.

L’asprezza delle difficoltà non ci esime dal dovere tentare la costruzione di un paradigma nuovo, del quale il Piemonte può essere per sua natura laboratorio. Più di altre parti d’Italia, la nostra regione ha mostrato al tempo stesso le potenzialità e il lato oscuro della globalizzazione: la consistente presenza di settori produttivi maturi talvolta ancora vitali, talvolta decotti e investiti dalle delocalizzazioni; esperienze ad alto contenuto di automazione e innovazione, affiancate dal riprodursi di fenomeni di sfruttamento e compressione dei diritti, talvolta in forme ancora più arcaiche e intollerabili di quelle conosciute nel secolo scorso.

La parte che siamo chiamati a giocare in questa regione, che in molte stagioni della vita nazionale è stata all’avanguardia nei processi di costruzione istituzionale, economica e sociale del Paese, consiste esattamente in questo: non più accontentarci di “contenere” i drammatici effetti collaterali del neo-capitalismo, ma proporci come soggetto politico capace di legare una pluralità di forze intorno all’obiettivo di guidare la “modernizzazione”, orientandola verso obiettivi  di protezione, inclusione e promozione sociale. Un progetto, insomma, che ponga l’innovazione al servizio dell’uguaglianza.

Più che in altri contesti, si tratta di una sfida che si può vincere solo:
a) dando voce alla complessità, rifuggendo la tentazione di un rapporto carismatico e diretto tra leader e popolo, che seppure in misura meno accentuata del livello nazionale ha conosciuto anche qui i suoi “fasti”;
b) ricostruendo un solido rapporto con le forze sociali, che veda un impegno comune nella ricerca di nuove forme di rappresentanza;
c) recuperando, anche in funzione della peculiare collocazione geografica, una funzione-guida nella costruzione di una spazio macroregionale europeo, in grado di sviluppare rapporti di cooperazione sul fronte delle politiche sociali, territoriali e della conoscenza.

Su questi temi, declinati in estrema sintesi, dovrà cimentarsi il prossimo congresso del partito piemontese, segnando (è questo l’obiettivo su cui lavoreremo) una discontinuità netta rispetto all’ultima stagione, nel corso della quale la funzione del partito si è pressoché totalmente contratta nella custodia a livello locale degli equilibri nazionali, scaricando sulle funzioni di governo regionale e comunali, laddove sono sopravvissute, il compito di interpretare i disagi e i bisogni di una società che si andava nel frattempo fatalmente allontanando da noi.

Daniele Borioli
Vive a Valenza in provincia di Alessandria. Dipendente della PA. È stato consigliere regionale e assessore della Regione Piemonte. Nel 2013 è stato eletto al Senato. Ha studiato storia all’Università di Torino ed ha collaborato con la rete dell’Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia.