La sinistra riparta dal mezzogiorno

Un Congresso subito per dare un futuro al Pd. È proprio di questo che abbiamo bisogno, soprattutto nel Mezzogiorno, dove la débâcle elettorale del 4 marzo è stata più evidente.

Dal referendum costituzionale del 4 dicembre ad oggi, il tentativo è stato quello di impedire una discussione sulle ragioni vere delle sconfitte. Una fase congressuale costituente aperta può rappresentare il luogo di un confronto con il Paese per mettere in campo un progetto riformista di cambiamento che abbia il compito di combattere tutte le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

Perché è stata così amplia la disfatta elettorale nel Mezzogiorno? Il 4 marzo ci ha consegnato un dato evidente che non è solo numerico. Un dato che ci deve far riflettere, senza però rimanere prigionieri di questa sconfitta. Le ultime elezioni politiche hanno prodotto un risultato senza precedenti: nel Sud del Paese è stata spazzata via un’intera classe dirigente e di governo. E questo è avvenuto in un particolare momento storico visto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, amministravamo il Paese e tutte le regioni del Sud. In Calabria, ad esempio, sono quattro anni di turni elettorali locali, a cominciare dalle città capoluogo di provincia, nei quali il Partito Democratico continua ad accumulare una serie di sconfitte. Sono cambiati nel corso degli anni i colori politici della Giunte regionali ma a governare sono sempre gli stessi interessi consociativi. Dietro a queste disfatte c’è l’incapacità di guardare attorno, di fare rete in una società, come quella calabrese e del Mezzogiorno, che vive in solitudine e dove non solo si è bloccato l’ascensore sociale ma si è smarrita qualunque speranza di vedere in positivo verso il futuro.

I dati parlano chiaro: è necessario spezzare un continuismo che tenta di perpetrare attraverso una gestione ordinaria il solito trantran del Pd. Dopo cinque anni di governo nazionale e quattro di quello regionale, in Italia si è passati dal 25 al 19 per cento e in Calabria dal 22,4 al 14 per cento. Non si tratta di una semplice sconfitta politica e nel Mezzogiorno siamo apparsi più che i rottamatori, i riciclatori di una vecchia classe dirigente e di governo che oggi è stata spazzata via. Ora è in discussione il futuro della sinistra e del Pd e non si può archiviare questa disfatta senza comprendere i gravi errori commessi o riproponendo vecchi schemi e una semplice ordinaria amministrazione.  I 5 Stelle hanno vinto lì dove il tasso dei senza lavoro supera il 20%. Parliamo di regioni come Calabria, Sicilia, Campania e Puglia dove la crisi, la disoccupazione morde famiglie e giovani. In Calabria, in particolare, secondo le ultime elaborazioni dello Svimez, un ragazzo su due non ha un’occupazione.

Il voto del 4 marzo ha chiuso definitivamente un’epoca. È necessario aprire una nuova fase politica, partendo da una Costituente allargata a tutta la sinistra, dando vita a un grande cantiere, con all’interno forze democratiche, movimenti, liste civiche, associazioni, che sia in grado di dare delle risposte agli elettori che in questa competizione elettorale hanno voluto mandare un chiaro messaggio.

Il Pd ha perso la sua essenza, l’anima, quei valori che undici anni fa diedero vita al partito. Ecco perché oggi bisogna avere il coraggio, la forza di pensare a un nuovo progetto politico, a un contenitore che sia capace di aprire delle vere e proprie “vertenze”, riportando a noi quegli elettori che hanno perso fiducia nel Pd cercando il dialogo con le forze, compresa una parte del Movimento 5 Stelle.

Il Pd ha perso oltre due milioni e mezzo di voti rispetto al 2013 e quasi cinque rispetto agli undici milioni delle Europee del 2014. Non ci siamo resi conto di quelli che erano i bisogni primari della gente. E l’errore più grave è stato quello di non aver costruito un’alternativa, abbiamo fatto in modo che a governare fossero sempre gli stessi interessi. Una visione feudale e padronale del partito ci ha consegnato uno dei dati più bassi della storia del Pd. Uno tsunami annunciato perché abbiamo messo un enorme muro tra noi, la società e la voglia di cambiamento e di riscatto. Una società che, nel frattempo, continuava a lottare non trovando però in noi dei punti di riferimento.

L’indagine di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane evidenzia come aumentino le fasce più deboli della popolazione. Cresce la quota di persone a rischio povertà: l’incidenza di questa condizione interessa perlopiù le famiglie giovani, del Mezzogiorno o dei nati all’estero ed è salita al 23%, il massimo storico mai toccato prima. Nel Mezzogiorno il 13,3% delle persone vive in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro, rispetto al 6,1% nel Nord Italia. Ecco dunque che basta leggere questi dati per capire la disfatta del Pd, avvenuta lì dove il Pil pro capite è tra i più bassi d’Italia, lì dove ci sono le periferie, la povertà, il disagio sociale. Il Partito Democratico è stato travolto perché ha tradito la voglia di riscatto e di avanzamento sociale ed economico di quelle popolazioni. Non ha fatto quello che era nel suo Dna: rendere più giusta la società e garantire i diritti.

Oggi però bisogna entrare in campo per fare ciò che non siamo riusciti a fare: un Paese più giusto e con meno disuguaglianze. Il Sud deve entrare a gamba tesa nel dibattito nazionale, perché la rivoluzione democratica in Europa dipende dal Mezzogiorno, dal suo sviluppo e dalla lotta di liberazione dalla ’ndrangheta.

Carlo Guccione
Vive a Cosenza. È stato dirigente nazionale e regionale dei Ds. Si è sempre occupato dei problemi del Mezzogiorno. Oggi è consigliere regionale del PD in Calabria.