Farò un Pd diverso

Questa intervista è stata pubblicata sul Corriere della Sera del 1 Luglio 2018

Zingaretti, allora si candida?
«Io ci sono. Anche se sono il primo a dire che il problema fondamentale non è il segretario».

Qual è allora?
«Riaprire una sfida collettiva. Molti di noi sono fuori da noi. C’è un popolo di competenze e di sensibilità che è disperso, frammentato. E c’è una nuova generazione, molto combattiva, che non ci ha mai incontrati. L’obiettivo è riaggregare. Ricostruire una cultura politica che ti faccia sentire parte di qualcosa. Sostituire alla rabbia interna la passione, alla polemica il contenuto».

E come?
«Con un Pd diverso, per costruire una nuova alleanza azzerando le attuali forme politiche. Anche la nostra. Dobbiamo saper includere e valorizzare come Pd le forze produttive, le energie popolari e sociali, in una forma-partito radicalmente democratica, capace di conciliare una forte leadership collegiale e decisioni dal basso».

Calenda parla di Fronte repubblicano.
«Ogni ipotesi frontista su categorie non sentite intimamente dalla gente porterà a nuove sconfitte. Però apprezzo l’impegno di Calenda su molti contenuti che condivido. Il nostro movimento deve animare una larga alternativa per il governo del Paese; che non significa rimettere insieme i cocci, ma immaginare l’Italia del 2050».

Nel 2050 molti di noi saranno morti.
«Noi dobbiamo pensare alle nuove generazioni. Di più: dobbiamo imparare da loro. In Italia c’è un’enorme questione giovanile, che la politica neanche riesce a vedere. Forse è la prima volta nella storia che la nuova generazione ha tanto da insegnare a quella precedente. I nativi digitali rappresentano un’opportunità, anche per i “padri analogici”. Non riesco ad accettare questo spreco di energie e talenti».

Quali sono i tempi della sua candidatura? Quando deve tenersi il congresso Pd, secondo lei?
«Il congresso del Pd è indispensabile prima delle elezioni europee. Ma anche insufficiente. Occorre aprire una fase nuova. Riunire le energie intellettuali, professionali, scientifiche che da tempo sono diventate ancelle del potere o cassandre isolate. Scrivere un manifesto che andrebbe discusso, arricchito e corretto da mille, diecimila agorà, dove la gente liberamente possa, dal basso, in modo talvolta rozzo e contraddittorio ma vero, elaborare le suggestioni di un’Italia futura. A partire dalla loro condizione reale».

Anche Prodi propone di andare oltre il Pd. Orfini risponde che oltre il Pd c’è la destra.
«Se fosse vero, sarebbe di destra l’82% degli italiani; e mi rifiuto di crederlo. Non occorre una discussione interna che sia utile a noi e non all’Italia. Ci attende un lavoro paziente, collettivo e umile. Noi non dobbiamo chiedere a nessuno di aderire a qualcosa di preconfezionato; dobbiamo chiedere a tanti di costruire insieme una nuova proposta».

Ha senso eleggere un segretario in assemblea a luglio e cambiarlo con le primarie a marzo?
«Ho fiducia nelle scelte di Martina.Sta raccogliendo le opinioni di tutti; saprà trarne una sintesi. Vedremo cosa proporrà all’assemblea nazionale del 7 luglio sulla data e il percorso per il congresso».

Renzi cosa farà?
«Dipende in gran parte da lui, se si sentirà di dare il suo contributo».

Potrebbe andarsene?
«Non ne ho la più pallida idea. Penso e spero di no».

Se lei fosse eletto segretario, resterebbe anche presidente della Regione?
«Credo che fare l’amministratore sia un valore aggiunto: significa portare nella politica la concretezza e la durezza della vita reale dei cittadini. Se il 4 marzo mi hanno votato 340 mila persone che alle politiche hanno scelto un’altra coalizione, è perché il Cotral ha 550 pullman nuovi, i treni regionali vengono puliti tutti i giorni, la sanità che perdeva 800 milioni ha il bilancio in attivo».

Ma è possibile tenere entrambe le cariche?
«Ho sentito qualcuno, forse troppo preso dal Truman Show di una politica narcisista, dire che Nicola in questi anni è scomparso. Invece ero nella trincea dell’amministrazione e dei territori».

Salvini l’ha elogiata. Che effetto le ha fatto?
«Mi ha fatto piacere. Ha riconosciuto che nelle periferie, nel quartiere dei Casamonica, insieme con la procura e le forze dell’ordine c’è la Regione».

Ma lei di Salvini cosa pensa?
«Che rappresenta una nuova destra. Molto più decisa, marcata ed estremista rispetto a quella del ’94. Non è più la Lega di Bossi, circoscritta geograficamente e concentrata sul federalismo. È la Lega di Salvini: una forza nazionale, autoritaria, razzista e xenofoba. Occorre prendere le misure a questo nuovo fenomeno; che già si manifesta nelle forme più indecenti, con la chiusura dei porti a una nave con quasi 700 persone, tra cui tanti bambini e tante donne incinte».

È una destra che vince le elezioni.
«Ci siamo allineati al peggiore vento europeo, che spira forte. La Francia, la Germania e l’Inghilterra, nonostante Brexit, restano ancorate a princìpi democratici. L’Italia si è collocata prontamente con l’Ungheria, la Polonia, Putin, Erdogan e l’India di Modi».

È un governo di destra?
«L’insieme del governo è egemonizzato dalla destra. Ma presenta evidenti contraddizioni. Il grosso dell’elettorato che lo sostiene ha votato 5 Stelle, ed è un errore madornale considerare i 5 Stelle un’organica formazione di destra. È l’errore che non ci ha permesso di tentare un’iniziativa politica, dopo il voto, nei confronti di questo mondo».

Cosa sono allora i 5 Stelle?
«Un corpaccione dove c’è dentro un po’ di tutto. Prevale una protesta, spesso assai giustificata, verso le istituzioni italiane ed europee così come sono oggi, i partiti che sono diventati macchine elettorali. Da questa contraddizione deve scaturire una nostra opposizione intelligente, che tenda a disarticolare, a convincere, a spostare orientamenti dentro quell’elettorato».

Sta dicendo che i 5 Stelle sono destinati a «disarticolarsi», a dividersi?
«Probabile. La loro identità ha un limite che definirei genetico: una lettura della società che parte dalla presunzione di rappresentare indistintamente i “cittadini”. Va bene per raccogliere consensi, ma è letale al momento del governo. I “cittadini” non esistono, perché è “tra” i cittadini che vivono le disuguaglianze. E devi scegliere».

Cos’ha fatto la sinistra contro le disuguaglianze?
«La sinistra ha accettato il terreno del pensiero unico: mercato, meritocrazia, competizione, narcisismo, consumismo. Al massimo è riuscita a declinare un liberismo progressista. Oggi la spinta liberista ha portato al fallimento delle società occidentali; e anche la sinistra si è trovata senza la terra sotto i piedi. Non si possono riproporre vecchie ricette. Ma l’innovazione — parola inflazionata — va indirizzata verso la giustizia, contro le disuguaglianze. Altrimenti i frutti del crollo del liberismo vengono raccolti dalle forze populiste, di destra, antieuropee. E per l’Italia questo è particolarmente pericoloso».

Perché?
«Perché l’Italia ha una democrazia e una Repubblica fragili. Quelli che si proclamano sovranisti boicottando l’Europa, in realtà portano la sovranità italiana al massacro: l’Italia senza Europa sarebbe terra di conquista delle nuove, grandi, aggressive potenze del mondo. Solo l’Europa può salvarci».

Le piace questa Europa?
«No. Questa Europa, così come funziona, o meglio non funziona, è una delle cause del successo della destra. L’Europa può ridiventare popolare, se si orienta alla crescita e al sostegno della vita dei cittadini: quindi stop all’austerità. Le forze europeiste dovrebbero uscire dalla stasi e raccogliere per le strade cento milioni di firme per l’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa».

Ma la sinistra, finita la fase blairiana, cosa dovrebbe fare?
«Tornare all’origine della sua funzione storica. Tornare alle “persone”, come dicono i cattolici. Chiudere la forbice tra chi ha di più e chi non ha. Questa forbice non riguarda solo il salario o la società divisa in classi. L’aumento delle disuguaglianze è legato anche a un modello di sviluppo che ha colpito le aree interne del Paese, a vantaggio delle grandi città. Le nostre politiche hanno ignorato questa desertificazione; non è un caso che la Lega o la retorica dei “cittadini” inizi proprio nelle province. Dobbiamo dare una nuova centralità ai territori; anche lasciando a livello locale una quota del finanziamento pubblico ai partiti. In cambio tutti nei Comuni debbono concorrere a far crescere l’adesione al 2 per mille».

Nel Pd i territori non hanno contato molto più di nulla.
«Purtroppo, per il correntismo e la diffusione di forme nuove di notabilato, non si rappresentano più gli interessi dei territori nelle sedi decisionali; si rappresenta il proprio gruppo di appartenenza. Ciò va superato per il bene della democrazia, oggi in pericolo».

Perché in pericolo?
«Perché quando i populisti al potere non riusciranno a realizzare quel che hanno promesso, si inventeranno un ulteriore nemico esterno. Prima criticheranno le procedure democratiche, lente e inconcludenti. Poi passeranno direttamente all’attacco delle istituzioni, all’informazione, ai diritti, in chiave autoritaria».

Ma se l’alleanza di governo dovesse rompersi, il Pd potrebbe allearsi con i 5 Stelle?
«Se avessi voluto una semplice alleanza, l’avrei fatta in Regione. Però credo che dentro i 5 Stelle si aprirà un conflitto, e in futuro conosceremo un movimento diverso; con il quale sarà indispensabile confrontarsi».

Cosa risponde a quelli che la considerano poco più del fratello del commissario Montalbano?
«Non sento Luca da due mesi: ha girato le nuove puntate di Montalbano, ora organizza il suo festival a Pesaro. Siamo uniti da un amore profondo, noi fratelli e nostra sorella Angela; ma con una maniacale difesa della vita privata e dei modi distinti di vivere quella pubblica».