Capire il caso Toscana per evitare nuove sconfitte

Arezzo è stata la città toscana che per prima, in pieno e forte renzismo, nel 2015 ha perso le elezioni comunali in favore del centrodestra. Venivamo da una rottura con la sinistra era palpabile l’idea di autosufficienza del PD.

Una sconfitta cocente, che allora come oggi, non meritò una riflessione approfondita, una discontinuità, e fu catalogata come sconfitta legata a questioni territoriali, un incidente di percorso. Ed a chi chiedeva un congresso locale, il segretario regionale da Firenze, rispose picche. Furono sufficienti le dimissioni della giovane segretaria comunale.

Da allora, un lento e progressivo rotolio di sconfitta in sconfitta, regalando anno dopo anno la Toscana al centrodestra, senza che mai ci sia stato un momento di analisi approfondita. Avanti, come se nulla fosse, in una sorta di rimozione collettiva dei gruppi dirigenti, come se tutti fossero solo incidenti di percorso. Una sorta di “ubriacatura derivante da una idea di inossidabile potere” legato forse al ruolo di Governo del PD. Ed invece, è stata anche quella ostentazione di potere a renderci “antipatici”. Così come ancor oggi in molti mi dicono: come se bastasse “il fare” sganciato da un orizzonte valoriale capace di dare senso e forza alle tante e positive azioni di governo.

Sono stati anni in cui l’assenza del partito e l’affievolirsi del suo radicamento territoriale, insieme all’assenza di ricerca e di riflessione, ha indebolito anche la capacità di cogliere i profondi cambiamenti culturali, sociali e politici che attraversavano inesorabilmente l’Italia.

E la Toscana ancora oggi “è un caso” che qualcuno pensa di poter risolvere semplicemente cambiando il segretario regionale alla prossima assemblea regionale.

Da questo osservatorio territoriale si coglie il senso di progressiva distanza ed antipatia nei confronti del PD e l’incunearsi sempre più profondo e radicato del centrodestra e di una presenza silenziosa, ma sempre più consistente, della destra estrema.

Nel contempo si registra però, anche una “speranza silenziosa” un “muto bisogno” di un nuovo orizzonte culturale, politico e programmatico che riaggreghi, rinnovi ed unisca il variegato mondo del centrosinistra.

Per questo stupisce ed amareggia la contestazione nei confronti di Martina per la composizione unitaria della segreteria. Certo, ci vorrebbe un “di più” di coraggio e cambiamento, ma io come molti altri, lo considero un segnale importante non solo per il PD, ma per il Paese. 

Da quelle contestazioni al percorso unitario, ne esce un’idea di PD che respinge l’idea del valore di pluralità culturali e del dialogo come elemento fondamentale di unità di una comunità politica, prefigurando quindi un’idea di PD come partito totalmente omogeneo nella sua composizione, con un leader forte in cui riconoscersi. Basta dunque un capo e un esercito di fedeli ubbidienti. Considero tutto ciò un tuffo all’indietro negli anni bui dell’Italia. Sottolineo che abbiamo già due partiti così: e sono al Governo!

Un’idea così del PD, rende lo stesso partito inutile rispetto ai problemi dell’Italia, che oggi   più di ieri, è un Paese di forti individualismi, dove le sempre più crescenti differenze territoriali creano e rafforzano insopportabili disuguaglianze che alimentano rabbia, invidia sociale e sono l’humus dei populismi.

La cosa più difficile da fare è “ricreare le ragioni dello stare insieme”, le ragioni del “farsi popolo”, cioè “unire l’Italia”.

Ed un partito che non sa valorizzare e portare a sintesi le diversità culturali al suo interno, come fa ad essere percepito come utile al Paese?

Tutto ciò fa percepire che la richiesta alla politica, al PD è di tornare ad occuparsi della vita quotidiana delle persone e meno delle dinamiche di potere personale. Serve un percorso congressuale in cui il protagonismo dei nostri iscritti e degli elettori sia promosso, ascoltato e valorizzato. 

E’ necessario un PD che scompigli e scomponga l’alleanza tra M5S e Lega e ne impedisca l’ulteriore saldatura. Una alleanza che soprattutto con l’azione nazionale ed internazionale di Salvini sta aggredendo la tenuta istituzionale e democratica dell’Italia e dell’Europa, favorendo nuovi e pericolosi protagonismi internazionali con atteggiamenti “padronali”, visti anche in questi ultimi giorni.

C’è bisogno di un respiro europeo, di una azione politica che solleciti la sinistra europea e la unisca. E’ necessario cambiare passo, con coraggio e determinazione, in modo da raggiungere l’unità del PD che non sia un freno, ma che sia una nuova forza.

Donella Mattesini
Vive ad Arezzo. Assistente sociale, si occupa di tossicodipendenze. È stata amministratrice del comune e della Provincia di Arezzo. Dal 2008 sino al 2018 parlamentare. Oggi è Presidente dell'Assemblea Provinciale del Pd di Arezzo.