Il nostro riformismo ha fallito. Senza congresso Pd a rischio

Questa intervista è stata pubblicata su il manifesto del 30 Giugno 2018 a pagina 6


«Pronunciamo in ogni occasione la parola “riformismo”, ma se alla fine di un ventennio nel quale per lunghi periodi abbiamo governato anche noi, ci sono in Italia oltre 5 milioni di poveri, di che riformismo parliamo? In quale misura si verifica se si è riformisti o no?». Fondatore del Pd, teorico e visionario dell’era delle origini, oggi europarlamentare molto, molto critico con il suo partito – al punto da mettere in discussione la sua appartenenza – Goffredo Bettini è il padre ’storico’ della proposta di un nuovo «campo democratico» – così si chiama la sua associazione fondata anni fa – un’idea di «andare oltre il Pd, ma non a destra, che oggi, soprattutto dopo la batosta elettorale, è diventata una necessità e ha trovato nuovi, inaspettati fan.

Sta dicendo che il Pd ha fallito la sua mission riformista?
Le parole rischiano di non nominare più niente e diventano così maledette. Le ragioni delle nostre difficoltà sono tante. Ma una le sovrasta tutte: l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze. Con la globalizzazione c’è chi è andato in miseria, i ceti medi si sono in molta parte disgregati, ma si sono accumulate anche enormi ricchezze e nuovi privilegi. La sinistra ha origine nella difesa di chi sta sotto nella scala sociale. Ci sarà una ragione se oggi a Roma ci votano ai Parioli e non a Tor Bella Monaca. Non abbiamo capito la forza e l’insidia di una globalizzazione guidata da un pensiero mercatista. Abbiamo pensato di alleviare le punte più aspre. Ma abbiamo accettato il paradigma avversario.

Il Pd è nato nel 2007, ben dopo gli anni 90 dell’euforia globalista. La rivolta di Seattle è del ’99. L’atto di nascita del Pd ha inglobato un peccato originale senza possibilità di redenzione?
L’élite progressista è stata punita e i cittadini si sono in gran parte buttati tra le braccia di Di Maio e Salvini. Occorre una ricollocazione politica ideale del nostro movimento.

Il Pd se l’è cercata. L’attuale gruppo dirigente, con o senza Renzi, non ha avuto l’autorevolezza e la forza, anche la spregiudicatezza, di provare a trattare con i 5 stelle. Perché?
Per ragioni interne, di conservazione di potere, dentro il partito. Oggi in Italia c’è una destra autoritaria e xenofoba al governo, con il M5s subordinato e in sofferenza. È la conseguenza di un errore madornale che abbiamo compiuto, appunto, per ragioni interne. Salvini e Di Maio non sono la stessa cosa. E i grillini sono un corpo composito e contraddittorio. Dovevamo aprire un confronto, cercare spazi in mezzo a loro. Abbiamo regalato a una destra aggressiva, collegata al peggio dell’Europa, una influenza sul 70% dell’elettorato italiano, che in realtà non ha.

Il Pd è un partito fallito? Non crede nella possibilità «costituente» del prossimo congresso?
Sul congresso dico una cosa semplice: sarebbe un ulteriore atto di irresponsabilità pensare di farlo dopo le europee. L’assemblea del 7 luglio deve fissare una data che non vada oltre il febbraio del 2019. Tra la nostra gente nei territori c’è disorientamento, sfiducia, sfaldamento. Occorre dare un’ancora certa che la rassicuri. E come dice bene Andrea Orlando, occorre pensare un percorso diverso. Una prima fase di confronto politico, una seconda dedicata all’elezione del segretario. Che non dovrà essere il candidato premier. Se il reggente Martina si fa promotore di questa visione, lo voto come segretario subito con pieni poteri.

Al congresso invece si schiererà con Zingaretti, a cui è da sempre molto vicino?
Con Zingaretti, dato il rapporto che ci lega, voglio avere un certo distacco e riserbo. Già nel corso degli anni mi è stata attribuita, in modo esagerato, un’influenza decisiva su leader e sindaci. Sono stanco di leggende metropolitane che servono solo a nascondere certi fallimenti. Da qualche parte oggi leggo, senza smentita, che gli ex o post renziani che hanno portato Roma al disastro chiedono a Nicola di marcare una discontinuità anche con me. È la solita miserabile solfa. Le candidature che nel passato ho contribuito a promuovere hanno sempre vinto. Compreso il defenestrato Marino. E segnalo che anche il successo di Ciaccheri e Caudo nell’ottavo e terzo municipio è stato possibile perché non erano le candidature ufficiali del Pd romano. Poi Zingaretti deciderà da sé, e dalle idee, chi è il passato e chi guarda al futuro. Io propongo idee, non seguo le “mossette” del momento.